domenica 17 febbraio 2008

la chiesa e il bianco: un rapporto impossibile?

Ieri pomeriggio ho assistito alla dedicazione della nuova chiesa del posto in cui abito (o, meglio, in cui dormo).
Al mattino abbiamo scambiato alcune battute con il pittore che ha affrescato l'abside e alcune altre parti dell'interno della chiesa.
Il pensiero alla chiesa Dives Misericordiae di Richard Meier a Tor Tre Teste è d'obbligo. E, sulla scorta di questa lettura, ecco alcune considerazioni.

C’è un abisso tra le nude pareti della chiesa di Meier e, ad esempio, i più di seimila metri quadrati di mosaici che rivestono la cattedrale di Monreale in Sicilia che illustrano (o, meglio, raccontano) le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli angeli e i santi, i profeti e gli apostoli, i vescovi e i re, e il Cristo “Pantocrator”, reggitore di tutto, che dall’abside avvolge con la sua luce e il suo sguardo il popolo cristiano. In realtà, di chiunque entra nel Duomo... anche se non è cristiano.


La chiesa del Giubileo è invece nuda, spoglia e taciturna, sia fuori sia dentro. È stata pensata così, in omaggio a quell’assenza di immagini che è il dogma di tanta architettura sacra moderna.
La chiesa di Meier è senza dubbio uno spazio bello, però destinato soprattutto a cultori e turisti, in quanto tendenzialmente desacralizzato fino alla celebrazione liturgica, come se prima e dopo la celebrazione esso fosse uno spazio neutro.
C’è proprio qualcosa che stride tra la nudità delle pareti di Meier e la straripante ricchezza di immagini che distingue due millenni di arte cristiana. Ma è proprio attraverso queste immagini che il cristianesimo ha parlato alle genti e si è trasmesso di generazione in generazione.

La parete bianca, in uno spazio sacro, agisce come uno specchio vuoto, oppure come uno schermo bianco per i fantasmi e le passioni dell’anima. Le storie, le immagini che vi si proiettano sono ad arbitrio di chi vi entra in contatto le storie della propria singolarissima vita.
Certo, qualcosa di simile avviene anche di fronte all’immagine sacra, eppure in modalità tutt’affatto diverse. L’immagine sacra accoglie e assorbe il moto, l'irraggiamento della nostra anima; vi si sostituisce e viene incontro all’anima come l’Altro salutare, come mondo sacro e ricco di senso che spezza la nostra solitudine.
Immersa, invece, nel bianco senza icone, l’anima non esce veramente da sé, se non nella eventuale forma di una quiete da saturazione estatica. Forse, però, ci troviamo ai limiti dell'irreligione.
Quelle pareti che sembrano veicolo di trascendenza, perché così illusoriamente prossime all’indicibilità di Dio, sono invece impenetrabili alla trascendenza proprio perché vuote e prive di forme. Al Dio delle grandi fedi ci si approssima solo percorrendo le tracce, i segni, i saperi che ci sono stati da lui rivelati e donati, e senza i quali la fede si smarrisce.

Ad aprire il luogo alla fiducia del credente sono i segni visibili dell’uso sacro, catechetico e rituale. Decisiva, per la fruibilità sacra di uno spazio, non è la struttura muraria ma, viceversa, lo sono l’arredo decorativo e iconografico e il corredo funzionale: vasi sacri, vesti e ogni altro oggetto dedicato al rito.

Nessun commento: